un bel romanzo questo, che delinea uno scenario fantascientifico ma (purtroppo) inquietantemente plausibile, come già evidenziato dagli altri recensori. Quando approccio un autore che non conosco in un genere come la fantascienza, personalmente ho sempre timore di ritrovarmi tra situazioni o invenzioni ingenuamente strampalate, una sensazione di disagio che rovina completamente il senso di immersione, e che nel caso di questo libro fortunatamente non ho mai avvertito.
Buono l'intreccio narrativo, complessivamente buono lo stile che pure viaggia ogni tanto tra alti e bassi (ma gli alti sono assolutamente notevoli).
Cinzia Di Mauro mi sembra un'autrice da tenere assolutamente d'occhio. (Inviato il 12/12/11)
Consiglio vivamente di leggere i libri che compongono la trilogia di Genius: senza neanche accorgersene si viene catapultati in un futuro non troppo lontano (e purtroppo non troppo incredibile), e, attraverso dialoghi ben costruiti, attente descrizioni, che permettono quasi di "vedere" la scena, e il ritmo della storia, che non permette di staccarsi facilmente dalla pagina, si viene conquistati dai personaggi creati da Cinzia Di Mauro e dalle loro vicende. (Inviato il 29/12/10)
Un tempo era più facile scrivere un romanzo di fantascienza che parlasse di basi lunari, viaggi intergalattici, di mondi e dimensioni da conquistare. In questo modo veniva superato il trauma di coloro che, conquistando nazione dopo nazione, si accorgevano tutto a un tratto che non vi era più niente da conquistare e che ci si doveva fermare (Gensis Khan, Alessandro Magno, fino ad arrivare al selvaggio West).
Si poteva ambientare una saga nel XXV o XXVI secolo che parlasse di Buck Rogers o del capitano Kirk a bordo dell'Enterprise (per giungere dove nessuno è mai giunto prima: un modo come un altro per protrarre il sogno della conquista del West).
Ho ritrovato in Genius01 lo spettro di una civiltà - la nostra - che si è fermata o che si sta fermando. La fantasia fino ad ora ha corso più velocemente della realtà: l'uomo e la sua civiltà si sono fermati prima. L’uomo è sempre più orfano della propria cultura, della natura dalla quale è scaturito, sempre più orfano di se stesso. Lo si vede dai dialoghi. Di fronte alla strage, alla morte, si capisce che i cuori sono devastati e increduli, ma i sentimenti diventano inesplicabili, incomunicabili, si cade nella vecchia trappola di chi non ha parole (non le trova, forse perché non ne ha mai avute: dove vuoi andare con 400 – 500 parole procapite, denunciava Cesare Marchi? Si preferisce condire un discorso col turpiloquio come si fa col sale o con l’olio). Ci sono momenti in cui i personaggi recuperano la propria dimensione più genuina ( l’incanto) nel ricordo di un passato che diventa favola: ci si risveglia infatti, anche se solo per un attimo, nel riconoscere Mondrian negli scarabocchi all’interno di oscure gallerie, ci si sorprende rincuorati nell’aver mantenuto i nomi originari di certe vie, per poter richiamare alla memoria colori, sapori, storie votate all’oblio. Finalmente la tensione continua e insidiosa pare allentarsi, le parole tornano ad avere un senso, si scorge, flebile, un segnale di vita, indizio che non tutto è perduto. Solo per poco: si opta poi per il deliquio originato dall’assunzione di droghe sintetiche, ci si trova invasi dalle immagini olografiche di uno scenario che si sa estinto per sempre, si cammina per le strade con caschi deumidificatori (simili a scafandri di astronauti che mettono piede su un pianeta che non appartiene loro), si viene proiettati con violenza in un universo del quale è rimasto solo un “esoscheletro”, al pari degli edifici che li accerchiano.
Colgo pertanto nel racconto le tracce di un filone pessimistico e inquietante: i mondi senza libri (Bradbury), di Stati di Polizia (Orwell: 1984, Philip Dick ), non più fantastici, meravigliosi e rassicuranti (perchè distanti, remoti dalla nostra storia) ma desolanti e freddi, riassunti dagli scenari di Alfonso Cuaròn nel film “I figli degli Uomini” di qualche anno fa (con Julianne Moore e Michael Caine).
Possiamo tirare un sospiro di sollievo solo rendendoci conto di avere sotto mano una "saga di fantascienza", nel senso che no, non ci siamo ancora arrivati a quel punto, possiamo correggere il tiro (ma fino a quando?). Non li hanno forse bruciati sul serio i libri? Non siamo forse invasi dall'occhio del Big Brother (traduzione più corretta: "Fratello Maggiore") di orwelliana memoria? Fino a quando potremo parlare di "fantascienza" di fronte a Bradbury, Dick, Orwell, Avoledo e, ora, a Cinzia Di Mauro?
Il 2092 è piuttosto vicino, sono tre generazioni appena oltre la nostra e la ricostruzione è talmente plausibile da indurci alla riflessione e ad accettare il monito che ne scaturisce (come non provare un brivido nello studiare la cronologia dell’appendice?)
Il lettore difficilmente può chiudere il libro o smettere di leggere pensando che no, in fondo è tutto un sogno, è fantascienza. Certo: è fantascienza che tratta di cose che ci attendono dietro l’angolo.
(Inviato il 27/12/10)
Le opere della trilogia di Genius sono libri che consiglio a tutti di leggere. Da leggere tutti d'un fiato perchè l'autrice ha saputo costruire una trama avvincente e coinvolgente, per cui il lettore, sin dalle prime righe, è catapultato in un futuro non troppo distante dal nostro diventando "compagno" dei protagonisti. Ma sono anche libri da assaporare, perchè, senza essere mai pedanti nè superficiali, fanno vivere un'esperienza necessaria. Stimolano, infatti, alla riflessione personale su temi che coinvolgono tutti e ciascuno: dalla violenza al terrorismo, dal rapporto con l'ambiente alla manipolazione genetica fino all'essenza stessa dell'essere uomo. (Inviato il 21/12/10)
Per gli amanti della fantascienza, Genious_01 è un piacevole racconto: scritto con semplicità, racconta una storia ambientata in uno scenario europeo futuro non del tutto (sigh!) improbabile. Cinzia di Mauro ha dato prova di avere una grande vena narrativa e, personalmente, consiglio la lettura dei suoi racconti. (Inviato il 20/12/10)
Devo dire che non mi aspettavo di essere catapultato in un meltin' pot così caleidoscopico di generi eppure così bene ancorato a una trama rigorosa e a un'ambientazione ben costruita dal punto di vista logico, politico e, perché no, anche storico. Storico perché, pur vivendo in un futuro sempre più lontano, la trama di Genius si presenta come uno scenario possibile, tremendamente possibile. Non è difficile ritrovare visioni preconizzate nelle cronache globalizzate del giorno d'oggi, ma pure così lucide, vive e sorprendenti che, ricostruite in un quadro organico, ci impressionano con la loro grande carica di "possibilità".
Le razze, o specie, presenti nella saga, gli scenari urbani e di ambiente, le evoluzioni tecnologiche sono così rigorosamente dedotte dal pensiero evoluzionista, dai progressi biologici e dalle necessità umane inevitabilmente connesse allo sviluppo tecnologico che ne risulta una rappresentazione viva, reale, urgentemente legata alla condizione umana. Per chi si aspettasse un ennesimo medioevo tecnologico posso garantire che la lettura dei primi due libri della saga riserva notevoli sorprese.
Al cospetto di questo affresco, dipinto con i pennelli di uno stile noir punteggiato di istanze surrealiste, si dipana velocemente la vicenda umana-troppo umana di uomini alle prese con scelte eterne, piccole o grandi che siano. E se è pur vero che non si trova traccia di tentazioni fantasy, la magia evocata dalla rappresentazione delle conseguenze (estreme?) del percorso biologico della razza umana non manca di spingere l'emozione del lettore verso sensazioni "epiche".
Chi ha amato Herbert e Dick non può annoiarsi.
(Inviato il 16/12/10)